Bad Rooster

    

gallobad

Siamo Sette!!!!!!!

Dopo Cecilia è entrato pure Pino Sax!! Perciò….  quasi Big Band adesso.

        
                                                                                                      

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Sei su Bad Rooster la pagina principale del gruppo, qui c’è un po’ di tutto quel che riguarda la band e anche di più. Benvenuto e buona lettura !

    

Benvenuti in questo sito, dove c’è la storia del nostro gruppo e pure un po’ di storia del blues, questo è il punto di ritrovo del gruppo e dei suoi sostenitori, potete scrivere nei commenti degli articoli o una mail con le vostre impressioni e per farci le domande che volete, basta cliccare sul menu dove c’è la voce “Scrivi a BadRooster” e la mail verrà letta con grande piacere. I vostri suggerimenti sono la cosa più importante, perchè vi permette di vedere quello che vorreste, i vostri suggerimenti.  Intanto hai anche da leggere un po’ di storia sia nostra che di altri musicisti di rilievo, musicisti che hanno fatto la storia del blues e del rock, ma non mancano anche grossi nomì del jazz, insomma goditi la navigazione.

I brani che facciamo provengono dal blues e al blues tornano ma è rock tirato quello che si può sentire, ed è jazz quello che sento adesso, Bad Rooster è muoversi tra i generi musicali, gli arrangiamenti sono gagliardi e comunque sia tutto fa capo al blues. guardiamo la storia del blues. Il blues è una forma musicale vocale e strumentale la cui forma originale è caratterizzata da una struttura ripetitiva di dodici battute e dall’uso, nella melodia, delle cosiddette blue note.Le radici del blues sono da ricercare tra i canti delle comunità di schiavi afroamericani nelle piantagioni degli stati meridionali degli Stati Uniti d’America (la cosiddetta Cotton Belt).

La struttura antifonale (di chiamata e risposta) e l’uso delle blue note (un intervallo di quinta diminuita che l’armonia classica considera dissonante e che in Italia valse al blues il nomignolo di musica stonata) apparentano il blues alle forme musicali dell’Africa occidentale.La gran parte del repertorio dei Bad Rooster gravita attorno al blues ma c’è un timbro marcato di rock e funky,  altre due derivazioni dirette dal blues  una miscela ben distribuita che mantiene alto il livello delle emozioni e tutto è basato sul ritmo. Quindi non si può affermare che siamo un gruppo blues, ma bisogna dire che affondiamo le radici nel blues ma c’è il rock degli anni ’70 e ci si muove ad un ritmo funky, una miscela esplosiva… Il blues ha prodotto una gran varietà di scene regionali, sottogeneri, ognuno con le sue caratteristiche peculiari e generi derivati come il fenomeno sviluppatosi tra i musicisti bianchi inglesi a metà degli anni sessanta, noto come British Blues. Alla British blues appartiene John Mayall, padrino di quasi tutta la scena del blues in gran Bretagna   Molti degli stili della musica popolare moderna derivano o sono stati fortemente influenzati dal blues. Sebbene ragtime e spiritual non abbiano la stessa origine del blues, questi tre stili musicali afroamericani si sono fortemente influenzati tra loro. Altri generi sono derivazioni o comunque sono stati fortemente influenzati da questi: jazz, bluegrass, rhythm and blues, talking blues, rock and roll, hard rock, hip-hop, musica pop in genere. La ricerca musicale di molti artisti ha portato il blues, e soprattutto il jazz, a contatto con molteplici realtà musicali, creando stili sempre nuovi e differenti. Ha avuto un impatto determinante alla formazione del rock & roll, del boogie woogie, del rhythm and blues. Il blues è la musica dell’anima, la soul music, nata nei sobborghi di New Orleans, laddove la musica era il pane quotidiano quando il pane era poco e poche le sostanze, in quelle condizioni ci si lasciava andare alla musica sofferta e decisa che esprimesse lo stato d’animo dei gruppi di persone, famiglie, che vivevano là, spesso nell’indigenza,Poi con il jazz il blues vedrà anche saloni ricchi, infatti era musica seguita dal ceto medio alto della scena.

 E nel corso del 2015 due altri preziosi elementi sono entrati in modo del tutto spontaneo, prima è entrata Cecilia che si è imparata tutti i brani e si è subito sentita a casa, poi è spuntato Pinosax, personaggio conosciuto nel genovese, è venuto una sera per sentirci e fare due note e ha preso al volo la voglia di cominciare a fare sul serio ancora una volta, perciò ecco due elementi che sono entrati a far parte dell’organico, Cecilia Soraci, alle armoniche e PinoSax Lombardo al sassofono. La band a questo punto è davvero forte, ha raggiunto un sound eccezionale.

 

 

I Bad Rooster nella formazione originaria, con cinque elementi.
 

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Qui pubblichiamo le varie date dei concerti, non appena ce le comunicano, questo è un  punto di riferimento per chi vuole seguirci nei concerti.

16 luglio al Rombo Nord a Pegli (Genova) ore 21:00

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Jiddu Krishnamurti

« C’è una rivoluzione che dobbiamo fare se vogliamo sottrarci all’angoscia, ai conflitti e alle frustrazioni in cui siamo afferrati. Questa rivoluzione deve cominciare non con le teorie e le ideologie, ma con una radicale trasformazione della nostra mente. »
(Di fronte alla vita)

Jiddu Krishnamurti negli anni venti

Jiddu Krishnamurti  (Madanapalle, 12 maggio 1895Ojai, 18 febbraio 1986) è stato un filosofo apolide. Di origine indiana, non volle appartenere a nessuna organizzazione, nazionalità o religione. Non va confuso con Uppaluri Gopala Krishnamurti, anch’egli filosofo indiano.

Nel 1909, ancora ragazzo, fu notato da C.W. Leadbeater in India, sulla spiaggia privata della sede della Società Teosofica (un movimento filosofico fondato nel 1875 dall’americanoHenry Steel Olcott e dall’occultista russa Helena Petrovna Blavatsky) diAdyar, un sobborgo di Chennai nel Tamil Nadu. È considerato l’ultimo Iniziato vivente in attesa della venuta del futuro Maitreya; l’allora presidente della Società Teosofica Annie Besant che lo teneva vicino come fosse suo figlio, lo allevò con lo scopo di utilizzare le sue capacità come veicolo del pensiero teosofico.

Viaggiò per il mondo tutta la sua vita fino all’età di novant’anni parlando a grandi folle di persone e dialogando con gli studenti delle numerose scuole da lui costituite con i finanziamenti che otteneva. Quello che stava a cuore a Krishnamurti era la liberazione dell’uomo dalle paure, dai condizionamenti, dalla sottomissione all’autorità, dall’accettazione passiva di qualsiasi dogma. Il dialogo era la forma di comunicazione che preferiva. Voleva capire insieme ai suoi interlocutori il funzionamento della mente umana e i conflitti dell’uomo.

Riguardo ai problemi della guerra e della violenza in genere, era convinto che solo un cambiamento dell’individuo può portare alla felicità e che le strategie politiche, economiche e sociali non siano soluzioni radicali alla sofferenza umana. Insisteva sul rifiuto di ogni autorità spirituale o psicologica, compresa la propria, ed era interessato a capire come la struttura della società condizioni l’individuo. Era strettamente vegetariano.

Da un’intervista fatta ad una sua amica Pupul Jayakar sappiamo che Jiddu Krishnamurti fu consapevole dell’arrivo della sua morte fisica, tanto da confidarle: “Questa sera io mi allontanerò e passeggerò sulle montagne e la nebbia salirà”. Poche ore dopo entrò in coma: era il 17 febbraio 1986 (fonte: documentario “Krishnamurti e il risveglio interiore”). La frase “La nebbia salirà” è molto significativa e non dà spazio a fraintendimenti.

Jiddu Krishnamurti

Krishnamurti teneva conferenze ai membri dell’Ordine della Stella d’Oriente, organizzazione fondata nel 1911 con l’intento di preparare l’avvento del “Maestro del Mondo”, alla quale era stato messo a capo appena sedicenne dal suo tutore legale, Annie Besant.

Molto presto cominciò a mettere in discussione i metodi teosofici sviluppando un suo pensiero indipendente. Il giovane Krishnamurti fu sottoposto ad una serie di “iniziazioni” che gli causarono una grave crisi psicologica dalla quale riuscì a venir fuori nel 1922 a Ojai Valley, California, in seguito ad una straordinaria esperienza mistica che poi lui stesso raccontò.

Da quel momento in poi sarà sempre più in contrasto con i “teosofi” insistendo sull’inutilità dei riti liturgici per la crescita spirituale e rifiutando il ruolo di autorità finché dopo una lunga riflessione, all’età di 34 anni (nel 1929) sciolse l’Ordine e cominciò a viaggiare per il mondo esprimendo il suo pensiero, basato su un’assoluta coerenza interiore e una indipendenza totale da qualunque tipo di organizzazione.

Gli incontri, il “ponte” con la scienza

Nel 1938 Krishnamurti incontrò Aldous Huxley che divenne suo amico e grande ammiratore. Nel 1956 incontrò il Dalai Lama. Intorno agli anni sessanta conobbe il maestro yogaB.K.S. Iyengar, dal quale prese lezioni. Nel 1984 parlò con gli scienziati delLos Alamos National Laboratory in New Mexico, U.S.A. Il fisico David Bohm, amico di Albert Einsteintrovò nelle parole di Krishnamurti dei punti in comune con le sue nuove teorie fisiche. Questo diede vita ad una serie di dialoghi tra i due che contribuirono a costruire un “ponte” tra il cosiddetto misticismo e la scienza. Altri scienziati trovarono molto stimolanti i discorsi di Krishnamurti su argomenti quali il tempo, la morte, il pensiero.

Krishnamurti parlava di come nello specchio dei rapporti (umani e con le cose) ognuno può scoprire il contenuto della propria coscienza che è comune a tutta l’umanità (non-dualismo tipico dell’Advaita Vedānta). E diceva che questo può essere fatto in modo diretto, scoprendo che la divisione tra osservatore e ciò che è osservato è in realtà dentro noi stessi. Diceva che proprio questa divisione dualistica, che impedisce la percezione diretta è alla base del conflitto e dell’infelicità dell’uomo.

Celebre e significativa è la sua affermazione “la Verità è una terra senza sentieri” che può ben rappresentare il nocciolo del suo insegnamento che ha spronato l’uomo a liberarsi da ogni strada già tracciata, dal passato, dai dogmi, dalle ideologie, guardando la realtà senza alcun condizionamento.

« Ritengo che la Verità sia una terra senza sentieri e che non si possa raggiungere attraverso nessuna via, nessuna religione, nessuna scuola. Questo è il mio punto di vista, e vi aderisco totalmente e incondizionatamente. Poiché la Verità è illimitata, incondizionata, irraggiungibile attraverso qualunque via, non può venire organizzata, e nessuna organizzazione può essere creata per condurre o costringere gli altri lungo un particolare sentiero. Se lo comprendete, vedrete che è impossibile organizzare una “fede”. La fede è qualcosa di assolutamente individuale, e non possiamo e non dobbiamo istituzionalizzarla. Se lo facciamo diventa una cosa morta, cristallizzata; diventa un credo, una setta, una religione che viene imposta ad altri. (Discorso di scioglimento dell’Ordine della Stella, 3 agosto 1929, Ommen, Paesi Bassi »

Un’altra delle sue frasi celebri era “la vera rivoluzione per raggiungere la libertà è quella interiore, qualsiasi rivoluzione esterna è una mera restaurazione della solita società che a nulla serve” ed inoltre “la rivoluzione interiore va fatta da sé per sé, nessun maestro o guru può insegnarti come fare”.

 

Krishnamurti considerava fondamentale la questione dell’educazione e fondò molte scuole in Inghilterra, India e Stati Uniti. Insisteva nel dire che la scuola deve essere un posto dove l’insegnante e l’allievo esplorano non solo il mondo esterno della conoscenza ma anche il proprio pensiero e il proprio comportamento per capire il condizionamento che distorce la realtà. Solo liberi dai condizionamenti, diceva, si può veramente imparare. Alcune sue frasi celebri:

  • “Ciascuno cambi se stesso per cambiare il mondo”
  • “Non serve dare risposte, ma spronare gli uomini alla ricerca della verità”

Dopo la sua morte le scuole private sparse un po’ in ogni continente hanno cercato di continuare l’opera di Jiddu Krishnamurti. In Europa la scuola più famosa è quella di Brockwood Park, Bramdean, Hampshire (UK), ma ne esistono ad Ojai in California e numerose in India. Ogni anno nel mese di luglio il comitato svizzero organizza incontri vicino alla località diSaanen (Svizzera), luogo in cui Krishnamurti teneva alcune delle proprie conferenze.

Necessario per comprendere J. Krishnamurti è l’intenzione di non aspettarsi aiuti dall’esterno bensì di porsi come maestri di se stessi e di scavare per scoprire l’umanità partendo dalla intimità.

Frasi di Jiddu Krishnamurti

“Devi capire l’interezza della vita, non soltanto una parte di essa. Ecco perché devi leggere, ecco perché devi guardare i cieli, ecco perché devi cantare e danzare, e scrivere poesie, e soffrirecapire, perché tutto questo è vita.”

 

“Affermiamo di non essere capaci di uccidere – che non andremo in Vietnam o in altri posti a uccidere, ma non abbiamo niente in contrario all’uccisione degli animali. Se doveste uccidere con le vostre manil’animale che mangiate, e sentiste tutta lacrudeltà di questa uccisione, mangereste lo stesso quell’animale? Ne dubito fortemente. Ma non avete niente in contrario che il macellaio lo uccida perché voi poi lo mangiate; che immensa ipocrisia che si cela in questo atteggiamento!”

 

“Se non ci si confronta con nessuno, diventiamo ciò che siamo.”

 

“Hai mai notato un albero che sta nudo contro il sole, com’è bello? Tutti i suoi rami sono delineati, e nella sua nudità vi è unapoesia, vi è una  canzone. Ogni foglia è andata e sta aspettando la primavera. Quando arriva la primavera, riempie di nuovo l’albero con la musica di molte foglie, le quali nella giusta stagione cadono e vengono soffiate via. E questo è il modo in cui va lavita.”

 

“Nel momento in cui hai nel tuo cuore questa cosa straordinaria chiamata amore e ne senti la sua profondità, la sua delizia, la sua estasi, scoprirai che per te il mondo si è trasformato.”

 

“La felicità arriva quando non te l’aspetti; e nel momento in cui sei cosciente di essere felice, non lo resterai a lungo.”

 

“Nel suo aspetto attuale, la religione è la negazione stessa della verità.”

 

“Ciò che non è pienamente compreso si ripete.”

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Fusion, cosa è

La fusion (chiamata anche jazz rock fusion o jazz rock o ancora rock jazz) è un genere musicale emerso alla fine degli anni sessanta e primi settanta che combina elementi di jazz, rock e funk.

Questo stile coniuga[2] stilemi tipici del jazz ad una strumentazione tipicamente rock dove gli strumenti elettrici, le tastiere e la strumentazione elettronica in generale hanno un ruolo predominante nel determinare il suono. La contaminazione avviene anche a livello stilistico, sia nell’accompagnamento, dove linee tipicamente funk tendono a sostituirsi ai più tradizionali accompagnamenti jazz, sia, più in generale, nella struttura del pezzo.

Rispetto al jazz rock, suo antesignano, la fusion è quindi caratterizzata da sonorità più morbide e leggere, spesso considerate easy listening (facile ascolto), in quanto più vicine alla struttura armonica di un brano pop piuttosto che jazz.

Molti critici ritengono che le prime incisioni fusion siano Hot Rats di Frank Zappa (1969) e i due dischi In a Silent Way (1969) ed il doppio album Bitches Brew (1970) di Miles Davis. Tra i protagonisti che seguirono, uno dei gruppi più rappresentativi di questo genere sono i Weather Report di Wayne Shorter e del tastierista austriaco Joe Zawinul, band fondata in Australia nel 1969 anche se è ancora caratterizzata da un jazz-rock ibrido. Ma a definire nel modo migliore il termine “fusion” è il celebre Spectrum di Billy Cobhamconsiderato pioniere poiché è il primo album fusion con un chitarrista rock, Tommy Bolin.

Ecco Hots Rats di Frank Zappa:

Alcuni brani di Bitches Brew di Miles Davis:

E il famosissimo Birdland dei Wether Report:

A metà degli anni settanta il genere, ancora in forma prevalente di jazz rock, raggiunge una maturità e diffusione ormai planetaria: accanto ai mostri sacri d’oltre oceano spiccano anche musicisti europei, eccellenti virtuosi, quali il violinista francese Jean Luc Ponty (in realtà di formazione Davisiana), il suo connazionale e batterista Pierre Moerlen (Pierre Moerlen’s Gong), gli inglesi, ex Canterburiani, Soft Machine e i giapponesi Casiopea; in questa fase di transito, iniziano a farsi strada artisti che, intuendo le potenzialità commerciali del genere, propongono composizioni via via più semplici o quanto meno più orecchiabili, in grado di arrivare anche ad un pubblico non necessariamente di estrazione jazz. Il chitarrista californiano Lee Ritenour, i raffinati The Crusaders (celebre la loro Street Life), il tastierista brasiliano Eumir Deodato, già attivo da diversi anni con un jazz (bossa) rock piuttosto accattivante ed immediato e, ancor di più, un suo collega di strumento, l’americano Jeff Lorber, influenzeranno ulteriormente lo scenario futuro. Addirittura, a quest’ultimo si deve, probabilmente, l’adozione ufficiale del termine fusion, inserendolo, nel 1977, nel nome della sua band, “The Jeff Lorber Fusion”. Anche il cantante italo canadese Gino Vannellie il celebre chitarrista Carlos Santana con alcuni suoi lavori, contribuiranno non poco alla diffusione della fusion tra il grande pubblico.

All’inizio degli anni ottanta nasce la GRP Records, casa discografica newyorkese che ben presto diventa la maggiore scuderia di musicisti fusion in circolazione, tutti artisti di grande talento che danno vita ad una produzione caratterizzata da lavori tecnicamente di grande pregio anche se spesso piegati ad un consenso commerciale che vuole essere il più vasto possibile.

Molte le formazioni che si sono cimentate con questo genere, sia capeggiate da nomi famosi come gli Headhunters di Herbie Hancock, i Tribal Tech di Scott Henderson e Gary Willis,Chick Corea (con i Return to Forever e la Elektric Band), John McLaughlin e la sua Mahavishnu Orchestra, sia completamente nuove, come gli Yellowjackets, Spyro Gyra, Uzeb,Steps Ahead, Chuck Mangione, e poi altri musicisti che tra collaborazioni ed esperienze da leader hanno reso popolare una branca importante della musica jazz, tra i quali vanno senz’altro ricordati Pat Metheny, Mike Stern, John Scofield, Frank Gambale, Marcus Miller e Allan Holdsworth. A molti di questi musicisti si deve il merito di aver saputo ricondurre questa forma più moderna e commerciale del jazz allo spirito iniziale, salvandolo da una certa banalizzazione e riconferendogli una dignità strumentale e compositiva più autenticamente jazz. Tant’è vero che in taluni casi si parla più propriamente di jazz fusion.

I pionieri del jazz-rock italiano furono gli Area (1972), i Perigeo (1972), Arti & mestieri (1974) e i Napoli Centrale (1975). Degni di nota artisti successivi che segnarono la “svolta” fusion in Italia, tra cui alcuni lavori di Roberto Gatto (1980), i Lingomania (1984), Gianluca Mosole (1985), Francesco Bruno (1987), Nico Stufano e Pino Daniele. La Turin Jazz Rock School è una delle etichette italiane di artisti appartenenti al genere che ha avuto negli ultimi anni significativi riscontri a livello internazionale con artisti quali Arti & Mestieri, Esagono,Venegoni & Co, Beppe Crovella, Furio Chirico, Paolo Ricca Group, Mass media, Combo Jazz, Freelance, Marco Gallesi, Ebano, Enrico Cresci.

Questa in sintesi una paginata di storia della fusion, da dove deriva e dove sta andando a parare, in realtà la fusion è un fenomeno degli anni ’70/’80 poi ripresa nelle sue evoluzioni più libere del termine. Oggi la fusion ha ancora ragione di esistere anche in funzione della grande mole di brani prodotti sotto questo profilo, fusion è comunque un misto di jazz e pop rock e reputo che Miles Davis ne sia il fautore principale.

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Allen Ginsberg

Nacque a Newark, New Jersey, da una famiglia ebraica e crebbe nella vicina Paterson. Suo padre, Louis Ginsberg, era un poeta e un professore di liceo e la madre, Naomi Livergant Ginsberg, era affetta da una rara malattia psicologica che non venne mai correttamente diagnosticata ed era anche un membro attivo del Partito Comunista e portava spesso con sé Allen e il fratello Eugene alle riunioni del partito. Da adolescente, Ginsberg cominciò a scrivere lettere al New York Times su questioni politiche, come la seconda guerra mondiale e i diritti dei lavoratori.

Quando era un giovane studente accompagnò la madre in autobus dal suo terapeuta e di questo lungo viaggio, che lo turbò profondamente, scriverà nel suo lungo poemaautobiografico, Kaddish per Naomi Ginsberg (1894-1956) insieme ad altri episodi della sua infanzia. Durante gli anni del liceo Ginsberg cominciò a leggere le poesie di Walt Whitman e fu grandemente ispirato da questa sua appassionata lettura.

Nel 1943, si diplomò alla “Eastside High School” e frequentò per breve tempo il “Montclair State College” prima di entrare alla Columbia University con una borsa di studio ottenuta dalla “Young Men’s Hebrew Association” di Paterson. Nel 1945, entrò nella marina mercantile per guadagnare i soldi per poter continuare i suoi studi alla Columbia. Qui Ginsberg contribuì alla rivista letteraria Columbia e alla rivista di umorismo Jester, vinse il “Woodberry Poetry Prize” ed ebbe l’incarico di presidente della “Philolexian Society”, gruppo di discussione letteraria del campus.

Allen Ginsberg

Gli amici Beat

Durante gli anni in cui era matricola alla Columbia, Ginsberg conobbe Lucien Carr, un compagno di università che lo presentò a un certo numero di scrittori beat, tra cui Jack Kerouac, William S. Burroughs e John Clellon Holmes. Essi erano legati tra di loro perché videro con entusiasmo il potenziale dei giovani americani, un potenziale che esisteva al di fuori degli stretti confini del conformismo del dopo guerra, nel periodo di Joseph McCarthy. Ginsberg e Carr parlavano animatamente di una “nuova visione” (una frase presa daArthur Rimbaud), per la letteratura e l’America. Carr fece conoscere Ginsberg a Neal Cassady, per il quale ebbe una lunga infatuazione. Kerouac descrisse in seguito l’incontro tra Ginsberg e Cassady nel primo capitolo del suo romanzo del 1957 On the Road.

Nel 1948, in un appartamento a Harlem, Ginsberg ebbe un’allucinazione uditiva durante la lettura di una poesia di William Blake (in seguito denominata la sua “visione Blake”). Ginsberg in un primo momento sostenne di aver sentito la voce di Dio, ma poi interpretò la voce come quella di Blake stesso. Egli spiegherà in seguito che questa allucinazione non era stata ispirata dal consumo di droghe, ma che più tardi aveva cercato di ritrovare quella sensazione con vari farmaci senza riuscirci.

A New York, Ginsberg aveva conosciuto anche Gregory Corso, appena uscito dal carcere, in un bar del Greenwich Village (the “Pony Stable”) il primo bar apertamente lesbico. Subito colpito dalle sue poesie, Ginsberg presentò Corso agli altri membri della scena letteraria beat e lo introdusse tra i suoi amici letterati aiutandolo a trovare un editore. Ginsberg e Corso rimasero amici e collaboratori per tutta la vita. In questo periodo Ginsberg era sentimentalmente coinvolto con Elise Cowen.

Nel 1954 Ginsberg incontrò a San Francisco Peter Orlovsky del quale si innamorò e col quale trascorse l’intera esistenza. Sempre a San Francisco incontrò i membri della San Francisco Renaissance e altri poeti che più tardi avrebbero fatto parte della Beat Generation in senso più ampio. William Carlos Williams, mentore di Ginsberg, scrisse a Kenneth Rexroth, figura di spicco della San Francisco Renaissance, una lettera di presentazione e presto egli venne introdotto nella scena poetica di San Francisco dove incontrò tre amici del “Reed College”, Gary Snyder, Philip Whalen e Lew Welch, poeti in erba e appassionati di Zen.

Nel 1959, con i poeti John Kelly, Bob Kaufman, A.D. Winans e William Margolis, fondò la rivista di poesia “Beatitude”. Nell’estate del 1955 Wally Hedrick, pittore e cofondatore della “Galleria Six”, gli chiese di organizzare una lettura di poesie presso la Galleria stessa. In un primo momento Ginsberg rifiutò, ma dopo aver modificato la sua bozza di “Howl”, cambiò idea e accettò la proposta perché, come scrive Fernanda Pivano[1] “… aveva capito l’importanza del suono della lingua scritta, e anche l’importanza del coinvolgimento fisico del poeta coi versi lunghi: la lunghezza del verso non indicava soltanto l’atto fisico di tirare il respiro ma anche l’unione dello stato fisico con quello emotivo durante la composizione”.

L’evento venne pubblicizzato da Ginsberg con il titolo “Sei poeti alla Galleria Six” e aveva fatto stampare dei biglietti d’invito che dicevano: “Sei poeti alla Six Gallery, Kenneth Rexroth M. C., notevole raccolta di angeli tutti insieme nello stesso luogo: vino, musica, poesia seria, satori gratis. Piccola questua per vino e cartoline. Avvenimento incantevole”.[2] Giovedì 13 ottobre 1955 si tenne quindi uno dei più importanti eventi della “Mythos Beat” conosciuta semplicemente come “The six Gallery reaging”. Durante quella notte ci fu la prima lettura pubblica di “Howl”, una poesia che ha portato nel mondo grande fama a Ginsberg e a molti poeti a lui collegati. Un nastro di registrazione della lettura di “Howl”, che Ginsberg ha dato al Reed College, è stato recentemente riscoperto ed è apparso sul loro sito web multimediali il 15 febbraio 2008.

Opera principale di Ginsberg, Urlo (Howl), è ben nota per il suo incipit: “Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche… “. Il riferimento qui è a Carl Solomon, lo scrittore dadaista conosciuto nel periodo di reclusione al manicomio di Rockland (“I’m with you in Rockland“, scrive infatti Ginsberg). “Howl” è stato considerato scandaloso all’epoca della sua pubblicazione, a causa della crudezza del suo linguaggio, che è spesso esplicito. Poco dopo la sua pubblicazione nel 1956, da parte del City Lights Bookstore di San Francisco, venne messo al bando per oscenità. Il bando divenne una cause célèbre tra i difensori del Primo Emendamento, e venne in seguito tolto dopo che il giudice Clayton W. Horn. dichiarò che il poema possedeva un aspetto di importanza sociale.

Nel 1957, Ginsberg sorprese il mondo letterario abbandonando San Francisco. Dopo un breve periodo in Marocco, lui e Peter Orlovsky si stabilirono a Parigi dove Gregory Corso li sistemò in uno squallido alloggio sopra un bar al numero 9 di rue Git-le-Coeur, che sarebbe diventato noto come il “Beat Hotel”, e dove furono presto raggiunti da William Burroughs e altri. Fu questo un periodo creativo per tutti. Ginsberg finì a Parigi il suo poema epico “Kaddish”, Corso compose “Bomb” e il “Marriage”, e Burroughs (con l’aiuto di Ginsberg e Corso) mise insieme, raccogliendo gli scritti precedenti, “Naked Lunch”. Questo periodo è stato documentato dal fotografo Harold Chapman, che riprese costantemente le immagini dei residenti dell'”hotel” fino alla sua chiusura nel 1963.

 

Anche se “Beat” è il termine più frequentemente applicato a Ginsberg e ai suoi amici più intimi (Corso, Orlovsky, Kerouac, Burroughs, ecc), il termine “Beat Generation” è stato associato a molti altri poeti che Ginsberg incontrò e con i quali divenne amico alla fine del 1950 e i primi anni del 1960.

Fotografia con Bob Dylan, presa nel 1975

L’amicizia con Kerouac e Burroughs potrebbe anche consolidare l’esattezza del termine, ma entrambi questi scrittori più tardi si sforzarono di dissociarsi dal nome “Beat Generation”. Parte della loro insoddisfazione nei riguardi del termine veniva dalla identificazione sbagliata di Ginsberg visto come leader anche se Ginsberg non sostenne mai di essere il leader di un movimento. Che Ginsberg avesse tuttavia condiviso molte delle stesse intenzioni e temi con gli autori con i quali divenne amico in questo periodo è evidente. I temi principali delle sue opere, di cui la cultura underground si sarebbe in seguito appropriata, sono quelli del viaggio in quanto momento di introspezione e di realizzazione di rapporti non condizionati tra individuo e mondo esterno, l’autoemarginazione e le filosofie orientali intese come antidoto alla reificazione, ossia ai feticci del mondo materiale.

Alcuni di questi amici furono: Bob Kaufman; LeRoi Jones, prima di diventare Amiri Baraka, il quale, dopo aver letto “Howl”, scrisse una lettera a Ginsberg su un foglio di carta igienica; Diane di Prima, Jim Cohn; poeti associati al Black Mountain College come Robert Creeley eDenise Levertov, poeti associato alla New York School, come Frank O’Hara e Kenneth Koch.

Più tardi nella sua vita, Ginsberg formò un ponte tra il movimento beat degli anni 1950 e gli hippy degli anni 1960, diventando amico, tra gli altri, di Timothy Leary, Ken Kesey eBob Dylan. Ginsberg diede per l’ultima volta una lettura a Booksmith, una libreria indipendente situata nel quartiere di Haight-Ashbury di San Francisco, pochi mesi prima della sua morte.

Il cammino spirituale di Ginsberg iniziò presto, con le sue visioni spontanee, ed è proseguito con un viaggio in India e un incontro casuale in una strada di New York City conChögyam Trungpa Rinpoche (entrambi avevano cercato di prendere lo stesso taxi), un maestro tibetano di meditazione buddhista della setta Kagyu, che divenne suo amico e maestro di vita a lungo. Ginsberg aiutò Trungpa (e a New York la poetessa Anne Waldman), nella fondazione del Jack Kerouac School di Disembodied Poetics e del Naropa Institute in Boulder, Colorado.

Ginsberg fu anche coinvolto con il Krishnaismo. Fece inoltre amicizia con AC Bhaktivedanta Swami Prabhupada, fondatore del movimento Hare Krishna nel mondo occidentale, un rapporto che è documentato da Satsvarupa dasa Goswami nella sua biografia per conto di Srila Prabhupada Lilamrta.

Ginsberg donò denaro, materiali e la sua fama per aiutare lo Swami a costruire il primo tempio, e lo accompagnò in tour promozionale per sostenere la sua causa. La musica e ilcanto sono stati entrambi gli elementi importanti che accompagnarono Ginsberg durante la letture delle sue poesie. Egli spesso si accompagnò con un armonium, coadiuvato da un chitarrista.

Ginsberg chiese se poteva cantare una canzone in lode di Krishna allo show televisivo “Firing Line” diretto da William Frank Buckley Jr. e questi accettò. La trasmissione si tenne il 3 settembre 1968 e Ginsberg cantò lentamente e con note dolenti su un armonium. Secondo Richard Brookhiser, un conoscente di Buckley, il conduttore della trasmissione, Buckley, commentò che era il più sereno canto a Krishna che avesse mai ascoltato.

Ginsberg venne in contatto con i poeti Hungryalist del Bengala, in particolare con Malay Roy Choudhury, che fece conoscere a Ginsberg l’immagine dei tre pesci con la testa dell’imperatore indiano Jalaluddin Mohammad Akbar. I tre pesci sono il simbolo di ogni pensiero, della filosofia e della religione.[3]

La morte

Ginsberg vinse, per il suo libro “The Fall”, il National Book Award e nel 1993 gli venne assegnato dal ministro francese della Cultura la medaglia di Chevalier des Arts et des Lettres. Con l’eccezione di una lettura che tenne alla NYU Poetry slam il 20 febbraio 1997 come ospite speciale, Ginsberg diede quella che si pensa essere la sua ultima lettura il 16 dicembre 1996 al The booksmith a San Francisco. Morì il 5 aprile 1997, circondato da familiari e amici nel suo East Village a New York City, soccombendo per le complicazioni di epatite dovute a un cancro del fegato. Nonostante la malattia Ginsberg continuò a scrivere e la sua ultima poesia, “Things I’ll Not Do (Nostalgias)”, la scrisse il 30 marzo, pochi giorni prima della sua morte. È sepolto nel suo appezzamento di famiglia nel Gomel Chesed Cemetery, nella zona dei cimiteri ebraici, a Newark nel New Jersey.

La poesia di Ginsberg venne fortemente influenzata dal modernismo, dal ritmo e dalle cadenze del jazz, dalla sua fede Buddhista e dal suo retroterra Ebraico. Inoltre, Ginsberg formò un ponte ideale tra il movimento beat degli anni cinquanta e gli Hippy degli anni sessanta, stringendo amicizia con William Burroughs, Jack Kerouac, Neal Cassady e Bob Dylan (con il cantautore ha collaborato in occasione dell’album discografico Desire e della Rolling Thunder Revue immortalata dal film Renaldo and Clara), tra gli altri. L’amicizia con William Burroughs fu notoriamente e dichiaratamente omosessuale.

Il suo lavoro principale, Urlo (Howl), ispirato e scritto principalmente durante visioni indotte dal peyote, venne considerato scandaloso all’epoca della sua pubblicazione a causa della crudezza del linguaggio, che era spesso esplicito. Nel componimento, che risente dell’influenza di Whitman ed è scritto con un verso ritmato che ha la cadenza della linguaparlata, il poeta rivive le sue crude esperienze, dal ricovero in un ospedale psichiatrico, all’uso delle droghe e all’omosessualità. Tra le altre opere principali di Ginsberg troviamoKaddish, una meditazione sulla morte di sua madre, Naomi Ginsberg (questa scritta sotto l’effetto di anfetamine), Hadda be Playin’ on a Jukebox, un poema che ruota attorno a eventi degli anni sessanta e settanta, Plutonian Ode, poema contro gli armamenti nucleari, Empty mirror (Lo specchio vuoto) del 1961.

Negli anni settanta, consapevole della devastazione che conduceva l’imperialismo americano, scrisse The fall of America (La caduta dell’America) e, dopo un deciso rifiuto nei confronti della società occidentale, si convertì al buddhismo e nel 1978 scrisse Mind breaths (Respiri mentali) dove espresse la sua lotta interiore. Degna di nota è inoltre la raccolta Cosmopolitan greetings (Saluti cosmopolitani) per la quale fu finalista per il Premio Pulitzer e di grande interesse sono i diari, Poems 1986-1992, che vennero pubblicati inItalia con il titolo Diario beat. La diffusione della poesia di Ginsberg in Italia deve molto all’opera di divulgazione e traduzione svolta da Fernanda Pivano.

 

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un grazie all’Istituto Majorana per la stesura dell’articolo.

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Fabrizio De Andrè

Fabrizio De Andrè “Faber”
« …pensavo: è bello che dove finiscono le mie dita
debba in qualche modo incominciare una chitarra. »
(Fabrizio De André, Amico fragile)

Fabrizio Cristiano De André (Genova, 18 febbraio 1940Milano, 11 gennaio 1999) è stato un cantautore italiano.

Considerato da parte della critica uno dei più grandi cantautori italiani di tutti i tempi, viene spesso soprannominato anche con l’appellativo “Faber”, datogli dall’amico d’infanzia Paolo Villaggio in riferimento alla sua predilezione per i pastelli e le matite dellaFaber-Castell (oltre che per consonanza con il suo nome).

In quasi quarant’anni di attività artistica, De André ha inciso tredici album in studio, più alcune canzoni pubblicate solo come singoli e poi riedite in antologie. Molti testi delle sue canzoni raccontano storie di emarginati, ribelli, prostitute, e sono considerate da alcuni critici come vere e proprie poesie, tanto da essere inserite in varie antologie scolastiche di letteratura.

Di simpatie anarchiche, libertarie e pacifiste, è stato anche uno degli artisti che maggiormente hanno valorizzato la lingua ligure. Ha affrontato, inoltre, in misura minore e differente, altri idiomi come il gallurese e il napoletano.

Durante la sua carriera ha collaborato con personalità della cultura e importanti artisti della scena musicale, tra cui Nicola Piovani,Ivano Fossati, Mauro Pagani, Massimo Bubola, Álvaro Mutis, Fernanda Pivano e Francesco De Gregori.

La popolarità e l’alto livello artistico del suo canzoniere hanno spinto alcune istituzioni a dedicargli vie, piazze, parchi, biblioteche e scuole, dopo l’improvvisa scomparsa.

Insieme a Bruno Lauzi, Gino Paoli, Umberto Bindi e Luigi Tenco è uno degli esponenti della cosiddetta Scuola genovese, un nucleo di artisti che rinnovò profondamente la musica leggera italiana. È l’artista con il maggior numero di riconoscimenti da parte del Club Tenco, con sei Targhe e un Premio Tenco.

L’infanzia e la giovinezza

Targa commemorativa sulla casa natale di De André a Pegli in via De Nicolay 12

Fabrizio De André nasce il 18 febbraio 1940 nel quartiere genovese di Pegli, in via De Nicolay 12, dove, nel 2001, è stata posta una targa commemorativa dal Comune di Genova.

I genitori, sposati dal 1935, sono entrambi piemontesi e si sono trasferiti in Liguria dopo la nascita del primogenito Mauro (Torino, 1936 – Bogotà, 1989). Il padre Giuseppe (Torino, 15 settembre 1912Genova, 19 luglio 1985), pur provenendo da una famiglia modesta – ma pretendeva origini provenzali e nobili -, è riuscito a fare fortuna acquistando un Istituto tecnico aSampierdarena; nel secondo dopoguerra diventerà vicesindaco repubblicano di Genova, direttore generale e operativo, poiamministratore delegato e infine presidente dell’Eridania e promuoverà la costruzione della Fiera del Mare di Genova, nelquartiere della Foce La madre, Luigia “Luisa” Amerio (Pocapaglia, 26 agosto 1911Genova, 3 gennaio 1995) è di estrazione benestante, figlia di produttori vitivinicoli

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L’esordio nel 1961 e il periodo Karim

« Lessi Croce, l’Estetica, dove dice che tutti gli italiani fino a diciotto anni possono diventare poeti, dopo i diciotto chi continua a scrivere poesie o è un poeta vero o è un cretino. Io, poeta vero non lo ero. Cretino nemmeno. Ho scelto la via di mezzo: cantante.»
(F. De André)

Fabrizio De André nella friggitoria Rosa in Sottoripanegli anni ’60, insieme al figlio Cristiano.

Nell’ottobre del 1961 la Karim (etichetta che vede tra i soci anche il padre Giuseppe pubblica il suo primo 45 giri, con copertina standard forata (la ristampa del 1971 della Roman Record avrà invece una copertina con un disegno anonimo). Il disco contiene due brani, Nuvole barocche ed E fu la notte.

Il 2 maggio 1963 avviene il debutto televisivo del cantautore, che nel programma Rendez-Vous, condotto da Line Renaudcon la regia di Vito Molinari e trasmesso dal primo Canale canta Il fannullone.

Nel 1964 incide La canzone di Marinella, che gli darà il grande successo e la notorietà a livello nazionale tre anni dopo, quando sarà interpretata da Mina; il testo è in apparenza fiabesco ma ispirato a un fatto di cronaca.

In questo periodo uscirono i suoi primi 33 giri. La sua discografia non è numerosissima come, del resto, inesistenti fino al 1975 erano i suoi concerti. L’album del debutto è Tutto Fabrizio De André (del 1966, ristampato due anni dopo con il titolo di La canzone di Marinella sotto un’altra etichetta e con una diversa copertina), una raccolta di alcune delle canzoni che sino ad allora erano state edite solo in 45 giri, seguito da Volume I (1967), considerato (non a torto) come il suo primo vero album, Tutti morimmo a stento (1968),Volume III (1968), Nuvole barocche (1969; quest’ultimo è la raccolta dei 45 giri del periodo Karim esclusi da Tutto Fabrizio De André).

Fra esistenzialismo e contestazione: dal 1968 al 1973

Gli anni fra il 1968 e il 1973 furono fra i più proficui per l’autore, che cominciò la serie dei concept con Tutti morimmo a stento. Quest’album, ispirato alla poetica di François Villone a tematiche esistenzialiste (queste ultime torneranno anche negli album successivi), è il quarto concept album a essere pubblicato in Italia; il testo del primo brano, Cantico dei drogati, è tratto da una poesia di Riccardo Mannerini, Eroina. De André incise anche una versione inglese dell’album, mai commercializzata e oggi esistente in unica copia, che è stata proprietà di un collezionista statunitense e oggi appartiene a un collezionista pugliese.

Fabrizio De André con il poeta Riccardo Mannerini, che collaborò all’album del 1968 Tutti morimmo a stento

A Tutti morimmo a stento segue La buona novella; un album importante, che interpreta il pensiero cristiano alla luce di alcunivangeli apocrifi (in particolare, come riportato nelle note di copertina, dal Protovangelo di Giacomo e dal Vangelo arabo dell’infanzia), sottolineando l’aspetto umano della figura di Gesù, in forte contrapposizione con la dottrina di sacralità e verità assoluta, che il cantautore sostiene essere inventata dalla Chiesa al solo scopo di esercizio del potere.

Il disco successivo, del 1971, è Non al denaro, non all’amore né al cielo, libero adattamento (eseguito insieme a Giuseppe Bentivoglio) di alcune poesie della Antologia di Spoon River, opera poetica di Edgar Lee Masters; le musiche sono composte insieme a Nicola Piovani. De André in quel periodo incontra Fernanda Pivano, traduttrice e scrittrice che ha fatto conoscere in Italia la letteratura americana e che ha tradotto l’Antologia sepolcrale da cui trae ispirazione l’album. Per rimuovere l’ostacolo della ritrosia del cantautore a concedere interviste, la Pivano nascose sotto il letto di De André un registratore e trascrisse interamente la lunga conversazione che i due fecero su Spoon River e sulle canzoni dell’album. De André accettò con simpatia il “raggiro”.

La crisi e le esibizioni dal vivo

La pubblicazione di Storia di un impiegato coincide con un periodo di crisi professionale e anche personale (nello stesso anno termina definitivamente il matrimonio con Puny e il cantautore comincerà una relazione con una ragazza, Roberta, per cui scriverà due anni dopo la canzone Giugno ’73), e la pubblicazione di un nuovo disco di rifacimenti a opera di Reverberi di vecchie canzoni incise per la Karim (con 2 nuove traduzioni dal repertorio di Brassens, le due canzoni di Cohen pubblicate nel 1972 e una traduzione di Bob Dylan opera di De Gregori ai tempi del Folkstudio cofirmata da De André), intitolato Canzoni, darà inizio alla collaborazione con Francesco De Gregori.

Proprio durante le registrazioni di questo disco, nello studio a fianco sta registrando il suo nuovo disco da solista Dori Ghezzi (in una pausa della sua collaborazione con Wess): è l’inizio di una nuova e duratura relazione (artefice del primo incontro sarà un comune amico, Cristiano Malgioglio), che sfocerà nel matrimonio tra i due il 7 dicembre 1989, dopo quindici anni di convivenza.

Sono anche gli anni in cui De André fa le sue prime esperienze negli spettacoli dal vivo: lavoratore instancabile e al limite del perfezionismo in studio, il cantautore invece non riesce a trovare il coraggio a esibirsi in pubblico, verso il quale aveva più volte dichiarato di essere “allergico” e di patirne un “timore oscuro”.

Fu l’impresario teatrale Sergio Bernardini che riuscì a portare Faber a esibirsi dal vivo, davanti al pubblico della Bussola. Bernardini, nel 1974 aveva fatto continue proposte, fino ad arrivare all’offerta di 6.000.000 di lire, davvero principesca per l’epoca. Dopo continui rifiuti, nel gennaio 1975 fu lo stesso De André a contattare Bernardini, proponendogli un “pacchetto” di 100 serate alla cifra complessiva di 300 milioni di lire che, con sorpresa del proponente, venne accettata. La prima esibizione dal vivo avvenne alla Bussola diMarina di Pietrasanta, il 16 marzo 1975, per poi dare inizio un tour con due componenti dei New Trolls, con i quali aveva già collaborato nel 1968 per i testi del loro disco Senza orario senza bandiera (Belleno e D’Adamo), e due dei Nuova Idea (Belloni e Usai). Nella parte di tour svoltasi nel 1976, ai quattro si aggiungerà anche Alberto Mompellio al violino e alle tastiere.

De André mise dunque da parte le sue paure da palcoscenico, paure che supererà solo con gli anni, suonando e cantando sempre nella penombra e con molto whisky in corpo (la sua timidezza fu tra le cause che gli provocarono una seria dipendenza da alcol).

Collaborazioni e sperimentazioni negli anni Settanta

Fabrizio De André al Club Tenco con l’amico Léo Ferré nel 1975

A partire dal 1974, De André cominciò nuove collaborazioni con altri musicisti e cantautori e a esplorare la produzione musicale degli autori americani, accanto a quelli francesi. Negli anni settanta De André tradusse infatti canzoni di Bob Dylan (Romance in Durango e Desolation Row), Leonard Cohen (It Seems So Long Ago, Nancy, Joan of Arc, Famous Blue Raincoat per Ornella Vanoni e Suzanne) e Georges Brassens (lavoro che porterà all’uscita dell’album Canzoni del 1974).

Nel 1975 collabora con Francesco De Gregori, nella scrittura di molti brani dell’album Volume VIII del 1975, album non privo di sperimentazione, in cui sono affrontate tematiche esistenziali quali il disagio verso il mondo borghese (Canzone per l’estate e l’autobiografica Amico fragile, una delle canzoni predilette dal cantautore, di cui è autore unico di musica e testo) e la difficoltà di comunicazione. Anche questo disco riscuote diverse critiche negative, come quella di Lello D’Argenzio, che sostiene che De André si sia adattato allo stile del collega (presente soprattutto negli arrangiamenti musicali e in alcuni testi assai ricchi di metafore, come Oceano eDolce Luna) anche nel modo di cantare.

Rimini (1978), segna l’inizio della collaborazione, che proseguirà per un lungo periodo, con il cantautore veronese Massimo Bubola. Quest’album fa intravedere un De André esploratore di una musicalità più distesa, spesso di ispirazione americana. I brani trattano l’attualità e la politica (Il naufragio di una nave a Genova, Coda di Lupo) così come tematiche sociali (l’aborto in Rimini e l’omosessualità in Andrea) ed esistenziali (Sally, contenente riferimenti letterari a Gabriel García Márquez e Alejandro Jodorowsky). Nell’album sono presenti le prime significative sperimentazioni di suoni della musica etnica, con la filastrocca Volta la carta e con Zirichiltaggia, quest’ultima cantata interamente in gallurese.Andrea, a sfondo antimilitarista, è invece uno dei brani più popolari dell’intera produzione di De André, che il suo coautore Massimo Bubola continua a proporre dal vivo durante i suoi concerti; in più di un’occasione l’artista genovese – ad esempio nel 1992, al teatro Smeraldo di Milano – ha eseguito il brano a luci accese, proprio a simboleggiare come l’omosessualità non debba essere motivo di vergogna. Il brano eponimo del disco, Rimini, viene ispirato alle atmosfere de I Vitelloni di Federico Fellini, uno dei capolavori del celeberrimo regista, ma presenta anche alcune digressioni storiche e politiche.

Da Crêuza de mä ad Anime salve: anni Ottanta – Novanta

De André in concerto nel 1980

Nel 1980 De André incide il 45 giri Una storia sbagliata/Titti, i cui brani (editi per la prima volta in CD solo nel 2005), sono entrambi scritti con Bubola. Fabrizio ricorderà in un’intervista a proposito di Una storia sbagliata:

« Nel testo di Una storia sbagliata rievoco la tragica vicenda di Pier Paolo Pasolini. È una canzone su commissione, forse l’unica che mi è stata commissionata. Mi fu chiesta come sigla per due documentari-inchiesta sulle morti di Pasolini e Wilma Montesi. »

Nel 1982 fonda un’etichetta discografica (appoggiandosi alla Dischi Ricordi per la distribuzione): la Fado (Il nome deriva dalle iniziali del suo nome e da quelle di Dori Ghezzi), con cui pubblicherà dischi di Massimo Bubola, dei Tempi Duri (band con il figlio Cristiano) e della stessa Ghezzi.

Sant’Ilario (quartiere sulle alture diGenova): una crêuza de mä

Nel 1984 esce Creuza de mä, disco dedicato alla realtà mediterranea e per questo cantato interamente in lingua genovese, con l’importante collaborazione di Mauro Pagani, curatore delle musiche e degli arrangiamenti. Questo disco segna uno spartiacque nella carriera del cantautore: dopo questo album, Fabrizio esprime la volontà di non cantare più in italiano ma di concentrarsi esclusivamente sul genovese. A partire da Creuza de mä De André si concentra in particolar modo sulle minoranze linguistiche (tema che aveva già iniziato ad affrontare con stesura di Zirichiltaggia, sei anni prima). Creuza de mä è oggi considerato di fatto una pietra angolare dell’allora nascente world music, nonché un caposaldo della musica etnica tutta. Ma Creuza de mä è anche l’album che libera De André dalle impostazioni vocali ereditate dalla tradizione degli chansonniersfrancesi, che gli garantisce la libertà di espressione tonale al di fuori di quei dettami stilistici che aveva assorbito da Brassens e da Brel.

Nel 1989 sposa Dori Ghezzi a Tempio Pausania, con Beppe Grillo come testimone di nozze (De André ricambierà facendo da testimone al matrimonio di Grillo con Parvin Tadjk).

Comincia poi la lavorazione del suo album successivo, che viene pubblicato all’inizio del 1990: Le nuvole (1990) titolo che (come nella omonima commedia di Aristofane) allude ai potenti che oscurano il sole, vede nuovamente la collaborazione di Mauro Pagani per la scrittura delle musiche e di Ivano Fossati come coautore di due testi in genovese, Mégu Megún e ‘Â çímma, oltre che di Massimo Bubola per il testo di Don Raffaé (interpretato con Roberto Murolo) e Francesco Baccini per quello di Ottocento. Con questo album De André torna in parte al suo stile musicale più tipico, affiancandolo alle canzoni in dialetto e all’ispirazione etnica (Monti di Mola, scritta in gallurese, e La nova gelosia in napoletano, così come Don Raffaè). Torna anche la critica graffiante all’attualità e alla politica, in particolare ne La domenica delle salme e nello stesso Don Raffaè. L’album è anche una sorta di sfida culturale solitaria al mondo moderno, che l’artista può lanciare in quanto uomo libero; emblematica è quindi la citazione del pirataSamuel Bellamy posta a epigrafe del disco, nella quarta di copertina.

Nel 1996 De André collabora con Alessandro Gennari alla scrittura del romanzo Un destino ridicolo, dal quale dodici anni dopo Daniele Costantini ha tratto il film Amore che vieni, amore che vai.

Il 26 luglio 1997, Fernanda Pivano, scrittrice e traduttrice, tra l’altro, dell’Antologia di Spoon River, consegna a Fabrizio De André il Premio Lunezia per il valore letterario del testo di Smisurata preghiera, mettendo in imbarazzo il cantante parlando di lui come “il più grande poeta in assoluto degli ultimi cinquant’anni in Italia”, “quel dolce menestrello che per primo ci ha fatto le sue proposte di pacifismo, di non violenza, di anticonformismo”, aggiungendo che “sempre di più sarebbe necessario che, invece di dire che Fabrizio è il Bob Dylan italiano, si dicesse che Bob Dylan è il Fabrizio americano”.

Sempre nel 1997 esce Mi innamoravo di tutto, una raccolta di live e studio in cui duetta con Mina ne La canzone di Marinella, e che sarà l’ultima pubblicazione della sua vita: la copertina è una delle più celebri e riprodotte immagini artistiche di De André, una foto scattata dalla moglie Dori Ghezzi raffigurante il cantautore con la sigaretta in mano, ripreso quasi dall’alto.

L’ultima polemica

Fabrizio De André a Napoli nel 1993

Nell’estate 1998 De André si esibisce in una nuova tournée che tocca varie località italiane, assieme a tutta la famiglia (Cristiano come seconda voce e musicista, Dori Ghezzi nei cori, Luvi nei cori e come seconda voce in Geordie e Khorakhané). Il 13 agosto 1998, durante un concerto a Roccella Ionica (RC), pronuncia la seguente affermazione suscitando i malumori e le proteste dei tremila spettatori presenti:

« Se nelle regioni meridionali non ci fosse la criminalità organizzata, come mafia, ‘ndrangheta e camorra, probabilmente la disoccupazione sarebbe molto più alta. Almeno il dieci per cento in più di quello attuale. »

In seguito al clamore provocato e alle dichiarazioni di protesta e sdegno da parte di vari esponenti sindacali e politici locali e nazionali, De André prima rincara la dose:

« Col cazzo che esagero. È paradossale doverlo ammettere, ma se non ci fossero le strutture organizzate criminali forse la disoccupazione arriverebbe al 25 per cento. »

e poi minimizza, cercando di correggere il tiro.

« Era una delle mie consuete provocazioni. Volevo dire che paradossalmente la criminalità organizzata diminuisce il tasso di disoccupazione. In realtà accanto alle organizzazioni criminali più vistose metto anche quelle che io chiamo le “spa / ad” cioè Società per Azioni a delinquere, cioè quelle dalle tante attività apparentemente lecite dietro alle quali si muovono affari loschi e sulle quali nessuno si è mai sognato di indagare. Ecco probabilmente senza queste arriveremmo addirittura al cinquanta per cento di disoccupazione. Insomma il sommerso e l’illecito sono da una parte il nostro dramma e dall’altra attenuano in qualche modo il problema della disoccupazione. »

Retrospettivamente, alcuni commentatori hanno voluto benevolmente inquadrare tale uscita come l’ultimo “scandalo” suscitato da un artista che nel corso della sua carriera aveva spesso sfidato il perbenismo e le “buone maniere” di quella stessa classe borghese di cui faceva parte e che, alla sua morte, lo avrebbe osannato definendolo “Grande Poeta”. Ciò non toglie, è stato obiettato, che l’affermazione debba comunque essere tacciata di estrema pochezza – se non di totale sconsideratezza – posto che le mafie, con il controllo degli appalti e l’imposizione del pizzo alle imprese, costituiscono il freno più aggressivo alla libertà di iniziativa economica nelle regioni meridionali: per definizione, dunque, non solo non possono “dare lavoro”, ma risultano anzi essere la causa principale della depressione economica del meridione.

L’addio fra la sua gente

Targa intitolata a Fabrizio de Andrè in Via del Campo a Genova, riproducente alcuni versi della canzone omonima e l’immagine di copertina dell’album Mi innamoravo di tutto

Dopo il concerto a Roccella Ionica, il 13 agosto del 1998, era prevista un’altra tappa a Saint Vincent il 24 dello stesso mese. Tuttavia durante le prove De André sembrò scoordinato e a disagio: non riusciva a sedersi e imbracciare la chitarra come voleva e aveva anche un forte dolore al petto. Il cantautore gettò via la chitarra e non tenne il concerto quella sera (i biglietti furono poi risarciti). In spiegazione a quanto accaduto, qualche giorno dopo gli fu diagnosticato un carcinoma polmonare, che lo portò a interrompere definitivamente i concerti.

Nonostante la malattia, continuò a lavorare con il poeta e cantante Oliviero Malaspina al disco di Notturni, progetto che non vide mai la luce.[126][127] Con lo stesso Malaspina, collaboratore anche del figlio Cristiano e che aprì alcuni concerti dell’ultimo tour, aveva anche il progetto di scrivere alcune opere letterarie: un libro intitolato Dizionario dell’ingiuria, e alcuni racconti.

De André fu ricoverato solo verso la fine del novembre 1998, quando ormai la malattia era a uno stato avanzato: uscì dall’ospedale solo il giorno di Natale, per poter trascorrere le festività a casa insieme alla famiglia, quando i medici ormai disperavano di salvarlo.

La notte dell’11 gennaio 1999, alle ore 02:30, Fabrizio De André morì all’Istituto dei tumori di Milano, dove era stato ricoverato con l’aggravarsi della malattia. Aveva 58 anni, ne avrebbe compiuti 59 il successivo 18 febbraio.

I funerali si svolsero nella Basilica di Santa Maria Assunta in Carignano a Genova il 13 gennaio: al dolore della famiglia partecipò una folla di oltre diecimila persone, in cui trovarono posto estimatori, amici ed esponenti dello spettacolo, della politica e della cultura.

De André nella memoria collettiva

Scritta comparsa nei quartieri vecchi di Genova, che riporta alcuni versi della canzone Nella mia ora di libertà, daStoria di un impiegato (1973)

« De André non è stato mai di moda. E infatti la moda, effimera per definizione, passa. Le canzoni di Fabrizio restano. »
(Nicola Piovani)

De André è tuttora molto presente nella memoria collettiva, che lo ricorda come “il cantautore degli emarginati” o il “poeta degli sconfitti”.[130] Gli estimatori di Fabrizio De André ammirano il coraggio morale e la coerenza artistica con cui egli, nella società italiana deldopoguerra, scelse di sottolineare i tratti nobili e universali degli emarginati, affrancandoli dal “ghetto” degli indesiderabili e mettendo a confronto la loro dolorosa realtà umana con la cattiva coscienza dei loro accusatori. Il cammino di Fabrizio De André ebbe inizio sulla pavimentazione sconnessa e umida del carruggio di Via del Campo, prolungamento della famosa Via Pré, strada proibita di giorno quanto frequentata la notte. È in quel ghetto di umanità platealmente respinta e segretamente bramata che avrebbero preso corpo le sue ispirazioni; di ghetto in ghetto, dalle prostitute alle minoranze etniche, passando per diseredati, disertori, bombaroli e un’infinità d’altre figure. Nella sua antologia di vinti, dove l’essenza delle persone conta più delle azioni e del loro passato, De André raggiunse risultati poetici che oggi gli vengono ampiamente riconosciuti.

La discografia di De André è ampia, ma non vasta come quella di altri autori del suo tempo; pur tuttavia risulta memorabile per varietà e intensità. Viene ora riassunta in postume ricostruzioni filologiche, curate dalla vedova e da esperti tecnici del suono che si sono riproposti l’obiettivo di mantenere, nei nuovi supporti, le sonorità dei vecchi LP. Sino a ora sono state realizzate due raccolte, entrambe in triplo CD, titolate In direzione ostinata e contraria e In direzione ostinata e contraria 2.

In ogni caso, l’atteggiamento tenuto da De André nei confronti dell’uso politico della religione, delle gerarchie ecclesiastiche e dell’ipocrisia della provincia ligure è spesso sarcastico e fortemente critico, fino all’anticlericalismo, nel contestarne i comportamenti contraddittori, come, ad esempio, nelle canzoni Un blasfemo, Il testamento di Tito, La ballata del Miché e gli ultimi versi di Bocca di rosa.

« Io mi ritengo religioso e la mia religiosità consiste nel sentirmi parte di un tutto, anello di una catena che comprende tutto il creato e quindi nel rispettare tutti gli elementi, piante e minerali compresi, perché, secondo me, l’equilibrio è dato proprio dal benessere diffuso in ciò che ci circonda. La mia religiosità non arriva a ricercare il principio, che tu voglia chiamarlo creatore, regolatore o caos non fa differenza. Però penso che tutto quello che abbiamo intorno abbia una sua logica e questo è un pensiero al quale mi rivolgo quando sono in difficoltà, magari dandogli i nomi che ho imparato da bambino, forse perché mi manca la fantasia per cercarne altri »

Dopo il rapimento, la visione religiosa di De André ebbe una nuova evoluzione:

« Durante il rapimento mi aiutò la fede negli uomini, proprio dove latitava la fede in Dio. Ho sempre detto che Dio è un’invenzione dell’uomo, qualcosa di utilitaristico, una toppa sulla nostra fragilità… Ma, tuttavia, col sequestro qualcosa si è smosso. Non che abbia cambiato idea ma è certo che bestemmiare oggi come minimo mi imbarazza. »

Qualche mese prima della sua scomparsa, nel concerto al teatro Brancaccio di Roma nel 1998, De André fece le seguenti dichiarazioni riguardo all’album La buona novella:

« Quando scrissi la Buona Novella era il 1969. Si era quindi, in piena lotta studentesca e le persone meno attente consideravano quel disco come anacronistico […] E non avevano capito che la Buona Novella voleva essere un’allegoria: un paragone fra le istanze della rivolta del ’68 e le istanze, spiritualmente più elevate ma simili da un punto di vista etico-sociale, innalzate da un signore, ben millenovecentosessantanove anni prima, contro gli abusi del potere, contro i soprusi della autorità, in nome di un egualitarismo e di una fratellanza universale. Quel signore si chiamava Gesù di Nazareth. E secondo me è stato, ed è rimasto, il più grande rivoluzionario di tutti i tempi. Quando ho scritto l’album non ho voluto inoltrarmi in strade per me difficilmente percorribili, come la metafisica o addirittura la teologia. Poi ho pensato che se Dio non esistesse bisognerebbe inventarselo, il che è esattamente quello che ha fatto l’uomo da quando ha messo piede sulla terra »
« Probabilmente ne La buona novella i personaggi del Vangelo perdono un po’ di sacralizzazione; ma io credo e spero soprattutto a vantaggio di una loro migliore e maggiore umanizzazione »

Un grazie a Wikipedia per la stesura dell’articolo.

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